Roma. La civiltà dell’acqua

Son io, quel che tu vedi con piena corrente premer le rive e fendere i campi pingui, il Tevere, fiume ceruleo, gratissimo al cielo.
Qui nascerà la mia grande dimora, capo di eccelse città.
Virgilio, Eneide, libro VIII

Chiunque visiti Roma rimane colpito dai numerosi monumenti e dalle imponenti opere idrauliche che, connesse alla grande quantità di acqua presente nel territorio, caratterizzano da sempre il tessuto urbano e suburbano della città.

La nascita e lo sviluppo di Roma, che nei secoli divenne la dominatrice incontrastata del Mediterraneo, è infatti legata alla sua felice posizione geografica, a diretto contatto con il fiume Tevere, nei pressi di località ricche di sorgenti naturali e in comunicazione con il vicino mare. Le popolazioni arcaiche che sin dalla prima età del ferro si insediarono nell’area, fondarono i loro villaggi sui colli presso la riva sinistra del Tevere all’altezza dell’isola Tiberina. Questa, facilitando l’attraversamento del fiume, rendeva possibile il collegamento fra l’Etruria e la Campania. Proprio alle pendici del colle Palatino, in seguito allo straripamento del fiume, si incagliò la cesta con i gemelli Romolo e Remo che nell’VIII secolo a.C., secondo la leggenda, fondarono Roma.

Nei secoli successivi furono avviati importanti lavori che, manifestando la potenza e la ricchezza della civiltà romana, contribuirono a determinare il volto della città. Molte sono le opere antiche delle quali ancora oggi si può ammirare la magnificenza: la bonifica e il drenaggio del territorio, l’edificazione di ponti, la messa in opera di strutture portuali – che hanno consentito di sfruttare il fiume come principale via di comunicazione commerciale, militare ed economica -, la realizzazione di acquedotti e di fontane monumentali nonché  la costruzione di impianti termali. Questi erano quanto di più grandioso ed unico esistesse a Roma e in tutto l’impero.

Roma Pre Arcaica

Il corso del tevere

Chateaubriand all’inizio del XIX secolo ancora annotava “Troviamo terme ad ogni passo, le terme di Nerone, di Tito, di Caracalla, di Diocleziano ecc.: quand’anche Roma fosse stata tre volte più popolosa, la decima parte di quei bagni sarebbe stata sufficiente ai bisogni pubblici”.

Le terme, aperte indistintamente a tutta la popolazione, erano degli immensi complessi edilizi dove gli antichi amavano trascorrere molto tempo, usufruendo dei servizi igienico-sanitari del bagno.  Ma alle terme si potevano anche consultare le biblioteche, assistere agli spettacoli, rinfrescarsi all’ombra degli alberi del giardino e, soprattutto,  intrecciare relazioni sociali e culturali. Mai nella storia di una civiltà un ritrovo pubblico è stato tanto grande quanto frequentato.

A partire dal VI secolo, in seguito al taglio degli acquedotti operato dai goti di Vitige, la popolazione della città fu costretta a trasferirsi lungo le sponde del fiume per rifornirsi dell’acqua del Tevere, divenuto l’unica fonte di approvvigionamento idrico. Durante il Medio Evo nacquero così nuovi mestieri, sopravvissuti fino al XIX secolo, legati all’acqua: i “vascellari”, che fabbricavano vasi,  i “barcaroli” che traghettavano le persone da una sponda all’altra, gli “acquarenari”, che vendevano l’acqua del fiume, purificata mediante un particolare sistema di sedimentazione, e i “mulinari”, che sfruttavano la corrente del fiume per azionare i mulini galleggianti, costruiti lungo le rive.

Porta Maggiore

I romani, vivendo in simbiosi con il fiume, subirono anche le tragiche conseguenze delle numerose piene che devastarono interi rioni seminando morte e distruzione. Le inondazioni, che dal medioevo al Cinquecento furono dette “diluvi”, sono documentate dal 414 a.C. fino al 1915.

La costruzione degli argini del Lungotevere, avviata nel 1870 e conclusa solo nel 1926, pose fine a questo terribile flagello così ricordato da Giacinto Gigli nel 1637 “il Tevere uscì dal sui letto et allagò Roma ne’ luoghi bassi, et alli 22 che era la domenica del Carnevale era arrivato per il Corso sino alla chiesa delle Convertite et a S. Silvestro in Campo Marzo et a Ripetta sino al Palazzo della famiglia de’ Borghesi,  et  all’Orso era giunto sino quasi alla Scrofa, siccome anco haveva occupato il Ghetto più basso de’ Giudei”.

In epoca rinascimentale, quando i papi vollero rinnovare e abbellire la città per lungo tempo abbandonata a sé stessa, furono promossi grandiosi lavori che portarono alla realizzazione di nuovi ponti, al ripristino degli antichi acquedotti e, soprattutto, alla creazione di fontane pubbliche le quali, oltre a fornire un utile servizio alla popolazione, costituivano un elemento di notevole decoro urbano. Fontane monumentali cominciarono inoltre a ornare i giardini e i cortili dei palazzi nobiliari, aprendo la strada alle grandi decorazioni plastiche di età barocca. Tali costruzioni ornamentali, quando simulavano ambienti naturali come grotte o cascate, assunsero il nome di “ninfei”, per ricordare gli analoghi complessi architettonici che i greci e i romani avevano dedicato al culto delle Ninfe.

Fontana di TreviNella Roma barocca, ricca di edifici sorprendentemente scenografici, le fontane si moltiplicarono assumendo forme originali e dimensioni stupefacenti, come è visibile nella  Fontana dei Fiumi di piazza Navona e nella celeberrima Fontana di Trevi.

E numerosi sono, ancora oggi, i visitatori che giungono nella città per ammirare queste bellezze, seguendo idealmente il consiglio del poeta inglese Percy B. Shelley il quale nel XIX secolo dichiarò che “bastano le fontane per giustificare un viaggio a Roma”.

Fiorenza Rausa e Claudia Viggiani

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