Le sezioni della mostra “Augusto” alle Scuderie del Quirinale

Queste le sezioni della mostra allestita in occasione del bimillenario della morte del primo imperatore romano, il divo Giulio Cesare Ottaviano Augusto.
Dal 18 ottobre 2013 al 9 febbraio 2014 alle Scuderie del Quirinale di Roma.

1. Ottaviano e il tramonto della repubblica romana

capitolini

Testa-ritratto di Ottaviano, prima media età augustea
Musei Capitolini, Roma

A 19 anni, di mia iniziativa e con spesa privata, misi insieme un esercito, con il quale vendicai la Repubblica oppressa nella libertà dalla dominazione di una fazione (Res Gestae, 1): sono le parole ufficiali con cui Augusto, ormai anziano, inizia il racconto della propria straordinaria ascesa politica, a partire dal cruciale 44 a.C., anno che vide l’uccisione di Cesare, zio di sua madre. All’apertura del testamento di Cesare, si scoprì che questi aveva adottato il giovane figlio della nipote, nominandolo erede delle proprie ingenti sostanze patrimoniali e del proprio nome. Da quel moment il giovane, nato con il nome di Gaius Octavius, portò ufficialmente il nome di Gaius Iulius Caesar (Octavianus). Il giovanissimo Ottaviano non sembrava distinguersi in qualità rispetto ai più consumati consoli della tarda Repubblica: anzi, come ricorderà Cicerone, Antonio lo definiva in quegli anni il ragazzo che deve tutto al suo nome. Eppure, il giovane era dotato di una complessa personalità, capace di trasformarlo al momento opportuno in capo di un partito della guerra civile, duro e deciso, e in seguito in un principe pieno di riserbo e ritroso, rispettoso della tradizione e restauratore della morale tradizionale. Persino la scelta dei suoi nomi fu geniale: nel 42 a.C. all’indomani della divinizzazione di Cesare, Ottaviano muta di nuovo il proprio nome in Gaius Iulius divi filius Caesar. L’epiteto Augustus, conferitogli dal senato nel 27 a.C. e derivato dalla radice di augere, trasmetteva insieme un’accezione sacrale (“augurium”) e un valore di “accrescimento”, della città e della potenza di Roma nel Mediterraneo. Così, il princeps si innalzava al di sopra di tutti gli altri uomini, legando la sua missione al bene della res publica e al servizio della patria. A partire da questo momento, il suo nome divenne Imperator Caesar Augustus.

2. Ottaviano conquista il potere assoluto

medinaceli

Rilievo con navi, Battaglia di Azio, età claudia
Cordoba

Nei dieci anni del Secondo Triumvirato (43-33 a.C.) Ottaviano mise in moto un abile gioco di comunicazione, presentandosi come il difensore dell’Italia, delle istituzioni di Roma, della tradizione, degli antenati. Di contro, Marco Antonio, residente ormai ad Alessandria d’Egitto, è presentato come interamente ellenizzato, avvinto nell’abbraccio di Cleopatra, potente e seduttiva regina straniera. L’immagine del restauratore della Repubblica dovette essere in quegli anni pervasiva: discorsi indirizzati al senato, statue erette in luoghi pubblici, immagini scelte con cura su emissioni monetali e cammei. Nessuno doveva avere dubbi che il bene della Repubblica coincidesse con la persona di Ottaviano.
La svolta epocale ha una data precisa: il 2 settembre del 31 a.C., occasione della battaglia di Azio, nel golfo Ambracico (Grecia): la flotta di Ottaviano, diretta da Agrippa e consistente in 400 navi leggere, sconfigge in quattro ore l’armata di Marco Antonio, forte di 230 unità. Negli anni successivi, Ottaviano si presenta come il restauratore dell’ordine e del diritto repubblicano (res publica restituenda), facendo ancora ricorso alle vecchie magistrature tradizionali, che sembravano capaci di garantire il ritorno allo stato di diritto. Di fatto, tra il 31 e il 23 a.C., Ottaviano si troverà a rivestire il consolato ogni anno. Nel 27 a.C., oltre al titolo di Augustus che lo confermava come superiore a tutti gli altri, ebbe anche l’imperium provinciale, per la durata di dieci anni. Nel 23 a.C. rinunciò al mandato consolare, ottenendo in cambio – a vita – la tribunicia potestas, i pieni poteri dei tribuni della plebe, con diritto di veto.
Le basi del futuro impero erano ormai gettate.

3. La costruzione di una nuova classicità

arcaico

Gruppi statuari, attribuiti alla scuola di Pasitele
Musée du Louvre, Paris

L’età augustea favorì il formarsi di un nuovo linguaggio artistico, consono al rinnovato spirito del tempo. A torto si potrebbe racchiudere questo nuovo gusto sotto la generica etichetta di “rinascita dell’età classica”: a fare da modello non furono le sole opere della Grecia del V secolo a.C. Ci si avvalse come modelli di opere dello stile arcaico, dello stile severo, e poi di età classica, tardo-classica ed ellenistica: insomma, di tutto lo straordinario patrimonio dell’arte greca, che venne rielaborato secondo uno stile compiutamente nuovo. Contrariamente a quello che oggi potremmo ritenere, l’amalgama non ebbe esiti dissonanti. Tutt’altro. Esso fu omogeneo e armonico. Così, ci si poteva imbattere in autentici frontoni di età greca reimpiegati in edifici di nuova costruzione (frontone dei Niobidi, frontone con Amazzonomachia) o in serie che, come avviene nella decorazione degli attici del foro di Augusto, potessero mescolare insieme opere ispirate a modelli di età classica (le Korai, sul modello delle Korai dell’Eretteo di Atene) ed ellenistica (gli straordinari clipei con le teste di Giove Ammone, opera di artisti rodii attivi a Roma). Naturalmente, le opere finirono con l’acquisire nuovi significati sia dai nuovi contesti di esposizione, sia da una loro inedita vicinanza reciproca.

4. Le forme di celebrazione del principe

carpegna

Gemma con Augusto, detto “Augusto Carpegna”, dettaglio cammeo, I secolo
Musée du Louvre, Paris

In Oriente si iniziò presto a celebrare un vero e proprio culto a un Ottaviano giovane, associato al culto della dea Roma: le statue lo ritraevano loricato (in corazza), o, con una scelta più innovativa, seguivano il modello dello Zeus Olimpio, assiso come lo Zeus di Fidia o stante.
A Roma i segnali furono inizialmente ambigui: le onorificenze decretate dal senato avevano spianato la strada a forme di omaggio spontaneo in grado di elevare al di sopra dei mortali il divi filius, abitante sul Palatino assieme agli dèi. Nonostante ciò, nell’Urbe non vi fu un culto diretto di stato per la persona di Augusto nel corso della sua vita. Ci si limitò al culto del suo Genio (personificazione di tutte le sue innate qualità), invocato nel corso di banchetti sia pubblici sia privati con l’offerta di libagioni, e inserito a partire verosimilmente dal 12 a.C., insieme ai due Lares Augusti, nelle edicole ai crocicchi delle strade (ben 265 quelle citate da Plinio!). Poco più tardi, fiorì anche la venerazione del suo numen, astrazione divina legata alla sua persona fisica, cui, in occasione di ricorrenze fisse, erano rivolte preghiere e, come al Genio, offerte di libagioni (vino e incenso) e vittime cruente.
Immagini “divine” di Augusto circolarono soprattutto in oggetti lussuosi come le gemme e i cammei, concepiti quali doni di pregio per i membri influenti della sua corte: considerata l’occasione “privata” del dono, Augusto era qui più libero di muoversi a suo piacimento, e poté quindi impersonare più divinità (Apollo, Giove, Sol, Nettuno).

5. Gli dei protettori di Augusto

Lare danzante, I secolo
Centrale Montemartini, Roma

Una grande attenzione per la religione tradizionale accompagna tutta la vita di Ottaviano, dagli anni della giovinezza alla piena maturità. Il principe si occupò in prima persona del restauro di templi caduti in rovina (82 è l’esorbitante numero di questi edifici citato in una appendice delle Res Gestae!), del recupero di sacerdozi caduti in disuso, della reintroduzione di riti come i Ludi Secolari, celebrati in pompa magna nel 17 a.C. e narrati in un celeberrimo carme di Orazio. Il processo culmina nel 12 a.C. con l’elezione a Pontefice Massimo, alla morte di Lepido che aveva rivestito sino a quel momento l’ambita carica.
Geniale e decisiva per la sua carriera politica fu la scelta di divinizzare il padre adottivo Cesare: nel 42 a.C. Ottaviano ne patrocinò al senato la nomina a divus, e nell’Agosto del 29 a.C. riuscì a inaugurare il suo tempio, nel foro Romano, nello stesso luogo in cui era stato cremato il cadavere del prozio. Tra gli altri dei, uno dei più amati fu Apollo, scelto quale “patrono”: il dio che era intervenuto ad Azio ad assicurarne la vittoria contro la temibile flotta di Antonio e Cleopatra, e il cui tempio fu inglobato all’interno di un settore della sua casa sul Palatino. Accanto a lui, spiccano Mercurio, Marte e Venere, la progenitrice della gens Iulia.

6. L’avvento di una nuova età dell’oro

Rilievo

Rilievo con cinghalessa, fine I secolo
Museo Archeologico Nazionale, Palestrina

La vittoria di Antonio e Ottaviano contro i Cesaricidi (Bruto e Cassio) a Filippi nel 42 a.C. diede l’impressione che si fossero per sempre lasciati alle spalle i logoranti decenni di guerre civili e di accanite e sanguinose lotte politiche. Si apriva adesso una nuova era: a dominare la scena furono allora introdotti concetti come pax, felicitas temporum, pietas. Per primo Virgilio, poi Tibullo, Orazio e Ovidio nelle loro poesie diedero voce a immagini idilliche, di un mondo privo di guerra e armi, in cui la pace e la giustizia potessero regnare incontrastate, in un’eterna primavera, in cui i frutti della terra potessero nascere spontaneamente senza il lavoro umano, e fiumi di latte e di nettare scorrere in abbondanza. Il modello di riferimento ideologico era il regno di Saturno, ai primordi dell’umanità, allora percepito come un aureo periodo di virtù e di giustizia. Ben si comprende come, dopo quasi un centinaio di anni di guerra civile, queste fossero immagini destinate a un immediato successo, capaci di permeare di sé tutta la vita e il gusto dell’epoca. Così motivi decorativi capaci di evocare abbondanza e prosperità, come racemi vegetali, girali di acanto (simbolo di rigenerazione), animali e contadini immersi in paesaggi bucolici, divennero pervasive, sia su monumenti eretti su suolo pubblico, sia su oggetti mobili di altissima qualità e pregio facenti parte dell’arredo domestico (argenti, bronzi, vetri, coppe in ceramica) o persino dei corredi funerari (urne).

7. Il lusso nella vita privata come espressione di una aristocrazia al potere

Leda

Specchio da toletta con scena mitologica di Leda e il cigno, Tesoro di Boscoreale
Musée du Louvre, Paris

Tra la fine della Repubblica e l’età augustea le domus aristocratiche divennero palcoscenici particolarmente consoni all’esibizione di lusso, adatti all’elaborazione di opportune strategie politiche utili al mantenimento del proprio potere politico: in questi ambienti, che non rispondono appieno al concetto di “privato” del mondo moderno, il patronus riceveva infatti ogni mattina la propria numerosa clientela. Elegantissimi arredi in argento o marmo esibiscono gli stessi repertori figurati della colta arte “ufficiale”, che come in un gioco di specchi permea di sé anche gli spazi privati. Alcune famiglie possedevano interi servizi in argento, magari tramandati di generazione in generazione, ma esistevano anche vasi in argento, talora completi di sostegno per l’esposizione, che il proprietario mostrava con orgoglio ai suoi ospiti, come le coppe ad emblema centrale del tesoro di Boscoreale, o i meravigliosi esemplari decorati a sbalzo con scene mitiche o desunte dal coevo repertorio dell’arte ufficiale. Hanno l’avvio in questa fase produzioni di lusso di altissimo livello artistico, quali i vetri-cammeo, a due o più strati sovrapposti di colore generalmente blu e bianco, vetri da mensa e dispensa, e la ceramica fine da mensa, la terra sigillata italica (cd. ceramica aretina), caratterizzata dal rivestimento rosso e influenzata, nelle forme e nella decorazione, dalle ceramiche ellenistiche dell’area microasiatica e alessandrina. Nel repertorio decorativo, tra i temi prescelti prevalgono le raffigurazioni di cerimonie sacre, i grifi apollinei, la sfinge, i girali vegetali, accanto alle raffigurazioni divine e mitologiche, spesso legate all’ambito dionisiaco.

8. L’eco di Roma nel mondo provinciale

Teatro, I secolo, Emerita Augusta, España

I programmi decorativi che durante il principato di Augusto ornarono i principali centri monumentali dell’Urbs furono presi a modello dalle botteghe di scultori di tutte le province imperiali. Ebbero una speciale fortuna quelli che raffiguravano metaforicamente i pilastri ideologici del nuovo regime politico e che esaltavano attraverso immagini mitiche le virtù del primo princeps dell’Impero.
Emerita Augusta, capitale della provincia Lusitania (Spagna), scelse il foro di Augusto come modello per l’ornamentazione del triportico che circondava un’area sacra eretta in epoca tardo-claudia e flavia: furono ivi rinvenuti frammenti di clipei e cariatidi, statue togate o abbigliate con la laena (un pesante mantello di lana), e un gruppo che riproduceva la fuga da Troia di Enea, Ascanio e Anchise. Si comprese quindi che erano riprodotte le serie delle statue del foro di Augusto, con la sequenza dei summi viri (in toga) e dei re di Roma (statue in laena).
Oltre a Emerita Augusta, numerosi altri municipi e colonie in Spagna (Tarraco, Cordova e Italica), in Gallia (Vienne, Arlés e Nyon) e in Italia (Pozzuoli, Pompei, Arezzo e Parma) testimoniano l’uso del foro di Augusto quale modello per l’apparato decorativo dei nuovi recinti pubblici costruiti tra l’età giulio-claudia e l’età flavia, ancora a una distanza di oltre settant’anni dalla morte del princeps.

9. Morte e apoteosi: Augusto ascende all’Olimpo

Scudo_votivo

Clipeus virtutis, 26 a.C.
Musée départemental Arles antique, Arles

19 Agosto del 14 d.C.: Augusto si spegne all’età di settantasei anni nella casa di famiglia a Nola, tra le braccia dell’amatissima moglie Livia e forse del figlio di lei, Tiberio. Il 6 (o l’8) settembre, dopo un trasporto del feretro durato qualche settimana, si svolge a Roma la cerimonia del funerale: la processione, partita dalla sua casa sul Palatino, termina al Campo Marzio, ove avviene la combustione del corpo. Qualche giorno più tardi, sarà la stessa Livia a raccoglierne le ossa e a deporle all’interno del Mausoleo, eretto per volontà di Augusto oltre quarant’anni prima. La morte del princeps pose per la prima volta pose la necessità di riflettere sulle forme della sua divinizzazione. In questa fase infatti non erano ancora state sperimentate le varie tappe della sequenza cerimoniale (corsa in armi intorno all’enorme pira funebre, accensione del rogo, combustione dell’immagine dell’imperatore, librarsi dell’aquila in volo), né si avevano a disposizione normative giuridiche o un lessico specializzato. A fare da precedente era la sola divinizzazione di Cesare, intercorsa a oltre due anni dalla sua morte e patrocinata dallo stesso Ottaviano. Qualche giorno dopo la chiusura delle porte del Mausoleo, il senato si riunisce e decreta concordemente l’avvenuta apoteosi di Augusto, che si avvalse persino della testimonianza di un testimone oculare che giurò di avere visto la sua immagine ascendere al cielo (poi lautamente ricompensato da Livia!). Così, il 17 settembre del 14 d.C. Augusto divenne ufficialmente divus.